Nemo propheta in patria, come Gaspare Spontini

Share:

Quando nelle mie scorribande curiose ho la fortuna di incontrare persone mosse da passione  e interesse autentici, in questo caso per tenere viva una memoria storica e un patrimonio culturale e musicale importante,  tutto riesce bene.

Interviste, video, montaggi. E nascono amicizie scaturite da vera stima.

Come quella che ho per Marco Palmolella, responsabile del  (-la casa) Museo Biblioteca e Archivio Gaspare Spontini di Maiolati, in provincia di Ancona. 

 

Luoghi sempre ardentemente cantati come incastonati tra le verdi colline interessate dalla coltivazione dell’uva Verdicchio, promossi dalla retorica politica comunemente diffusa, che io conosco bene. Quella che parla di borghi e relax, natura e tempo libero, mangiar e bere bene, ma che dimentica spesso i genius loci musicali e culturali che hanno trovato fortuna altrove.

Un altrove che spesso li omaggia più della patria.

intervistando il responsabile del Museo Spontini

intervistando il responsabile del Museo Spontini

 

il dietro le quinte

I luoghi spontiniani che richiamano la figura di Gaspare Spontini, uno dei compositori più noti in Europa, vanno dalla casa natale nella sua Maiolati, al Parco Celeste, alla Cappella dell’ospizio dove è sepolto, alla casa della vita con la moglie Celeste Erard, grande amore, ma anche moderna artista, donna di cultura e di famiglia nobile di costruttori di strumenti musicali notissimi e apprezzati oltre confine.

L’intervista e il video raccontano la storia di Spontini, che fu un benefattore per il suo luogo natio che deve il nome anche a lui, raccontano la maestria musicale, il giro di boa del destino, la capacità di inserirsi nella storia, un grande amore, quello con Celeste che volle esser sepolta con il marito a Maiolati, e che invece dorme in una tomba dimenticata nel cimitero parigino di Père Lachaise.

*Grazie per le visite e i commenti che lascerete. La mia ricerca è meramente spinta da passione e entusiasmo, e se lo apprezzerete, sarà un omaggio in più non a me, ma agli oggetti del mio lavoro culturale.

Share: