Tibet, Messico, scrivere e viaggiare da Clandestini. Intervista a Flaviano Bianchini

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Conoscete La Bestia? E’ il nome del treno più famoso del mondo. E ora vi raccontiamo una piccola storia che lega il Messico al Tibet.

Dopo una lunga esperienza in America Latina, Flaviano Bianchini, trentatré anni, di Fabriano, dottore in Biologia, ambientalista, scrittore e direttore della ONG Source International ha compiuto un viaggio molto rischioso nel 2012, da cui è nato il suo ultimo libro, Migrantes. Ha viaggiato da “irregolare”, con il nome inventato di un inesistente peruviano, Aymar Blanco, con tutti i rischi – di fallire, di essere derubato, di finire arrestato o peggio – che corrono i disperati sudamericani che attraversano clandestinamente il Messico per sconfinare negli Stati Uniti.

Flaviano Bianchini, ci parli dei tuoi libri?
 
Migrantes (Pisa, BFS, 2015) è il terzo libro. Ho scritto In Tibet. Un viaggio clandestino (Ibis, 2012), storia di un viaggio compiuto a piedi attraverso il Tibet nel 2007 e il romanzo Taraipù. Viaggio in Amazzonia (Ibis, 2014). Poi quest’ultimo che racconta il mio viaggio, compiuto nel 2012.

Che storia racconti nel libro Migrantes?

Ho vissuto in America Latina tanti anni, in Guatemala, Honduras, El Salvador, Argentina, e mi è capitato di parlare con tanta gente che aveva fatto l’esperienza di tentare di emigrare negli Usa attraverso il confine messicano, o aveva un parente, un amico che lo aveva fatto o ci aveva provato. E’ una storia nota, di cui si sente sempre parlare. Ci sono nazioni come il Salvador dove circa un quarto della popolazione è emigrata negli Stati Uniti.

Ho scoperto che nessuno lo aveva fatto con l’idea di raccontarlo, e quindi mi sono messo in viaggio in mezzo ai “migrantes”, seguendo una delle rotte più comuni dei migranti dal Sudamerica che attraversano il Messico fino al confine con gli Stati Uniti.
Ho spedito il mio passaporto a un amico, mi sono messo in viaggio sotto le mentite spoglie di Ayman Blanco, un ipotetico peruano della città di Pucallpa. Conoscevo la città, perché ci avevo vissuto, e dopo tanti anni in Sudamerica avevo uno spagnolo perfetto e accento del luogo, quindi ero molto credibile.

Che percorso hai fatto?

Sono partito da Tecún Umán, in Guatemala, ho attraversato il Messico, e il deserto di Sonora fino a Tucson in Arizona.

Il mezzo che tutti usano per attraversare il Messico è il treno merci soprannominato “la Bestia”…

Sì, è famoso in tutta l’America Latina, si sale sul tetto del treno che trasporta merci, stando attenti a non essere derubati, a non addormentarsi, a non essere presi. Se digiti “La Bestia, Mexico” in internet, puoi trovare di tutto.

Dov’è il confine, dove si passa?

Dal 1994 con il blocco dell’emigrazione, il Messico ha degli accordi con gli Usa per controllare i migranti: riceve dai 4 ai 6 miliardi di dollari all’anno per fare “il lavoro sporco”. Attraversare il Messico è in realtà la parte più pericolosa del viaggio: tutto il Messico è un confine, poiché ci sono pattuglie di polizia e centinaia di bande criminali, che com’è noto si contendono il territorio.

Cosa fa la polizia messicana? controlla, arresta, spara all’occorrenza?

Si sa che la polizia messicana non è famosa nel mondo per essere eticamente corretta… Io sono stato fermato: non mi è stato letto nessun capo di imputazione. Sono stato portato in una cella insieme ad altri; siamo stati letteralmente saccheggiati dei nostri soldi e chiusi in quaranta persone in una cella di quattro metri per quattro. Io sono stato derubato quattro volte nel corso del viaggio.

Quante sono le persone che hanno fatto il tuo stesso viaggio, e quante ne arrivano vive in Usa?

Siccome non è possibile quantificarle precisamente, e in Messico non ci sono neanche delegazioni dell’ UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees, ndr.), ci si basa sulle stime di organizzazioni non governative: il numero probabile è ottocentomila. Di queste persone, seicentomila arrivano vivi, duecentomila muoiono, finiscono rimpatriati, arrestati, desaparecidos. Se facciamo il paragone con i trentamila morti nel Mediterraneo in, diciamo, venti anni di migrazioni, le cifre sono enormi.

Di cosa si occupa la ONG di cui sei direttore, la Source International? Quali risultati avete ottenuto?

Lavoriamo per difendere gli indigeni di tutto il mondo, contro le multinazionale estrattive, minerarie, petrolifere. Abbiamo attualmente ventitrè progetti aperti in undici paesi diversi, soprattutto in Sud America. Siamo venuti a conoscenza in generale di quanto le industrie multinazionali violino i diritti umani in questi paesi.

Bertha Cáceres

Chi lavora in questo senso scopre tante notizie e rischia: proprio tre giorni fa, il 3 marzo, in Honduras, hanno ucciso l’attivista Bertha Cáceres nella sua abitazione. Puoi trovare notizie su di lei, sugli argomenti di nostro interesse e su tutti i nostri progetti sul sito www.source-international.org.

****Per saperne di più ecco alcuni link:
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